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Rischi e opportunità di Internet per i  nativi digitali

La scuola a che punto è?

Recentemente sono stati pubblicati numerosi rapporti, proposte o articoli dedicati al tema del rapporto fra adolescenti e ICT.


Possiamo dividerli in tre  gruppi:

1.Quelli che si occupano del livello di  connettività degli adolescenti

2.Quelli che si occupano dell’incidenza dei rischi e delle opportunità che gli adolescenti incontrano nello stare in rete

3.Quelli che si occupano dei modi di stare in rete più diffusi fra gli adolescenti


I temi sono palesemente collegati. Il capire come è una delle sfide educative e culturali più importanti.


I rapporti da cui partire per un’analisi sono:

Il Rapporto ISTAT  “Cittadini e nuove tecnologie 2008” sul livello di  connettività degli adolescenti

-  Il Rapporto europeo “EUkids on line Comparing Children’s Online Opportunities and Risks across Europe” che effettua un’analisi transnazionale  dell’incidenza dei rischi e delle opportunità che gli adolescenti incontrano nello stare in rete

-  Il Rapporto   Americano  “Enhancing Child Safety and Online Technologies” sui social network,il loro uso fra gli adolescenti e  l’incidenza di rischio relativa


Vediamo brevemente quale quadro emerge per le scuole italiane dalla lettura comparata dei dati e delle informazioni riportate.

Dal rapporto ISTAT, dedicato all’uso delle tecnologie nelle famiglie,  è dato ampio spazio all’analisi per fascia di età dell’utenza. E’ possibile dunque avere una vista  dell’uso domestico di Internet da parte degli adolescenti (fasce 11-14 e 15-17) o dei bambini (fasce 6-10).

Portiamo l’attenzione su alcuni dati. Il primo consiste nelle differenze nell’accesso ad Internet a banda larga in Italia (pg. 6, Fig.2): l’Italia resta la quart’ultima in Europa.

L’altro dato è il picco di uso di Internet per età, che si ha nelle fasce 15-19 anni  (Fig. 4, pg. 7). Vediamo che in questa  fascia d’età il luogo prevalente da cui si accede a Internet  è la  casa (Tavola 7, pg. 9).  Inoltre si evince come i bambini e ragazzi con i  genitori con titoli di studio bassi siano svantaggiati nell’uso domestico e in quello combinato casa-altro luogo(Tavola 8, pg. 10)

In sintesi: la fascia di popolazione in età scolare è quella che usa di più Internet, lo fa prevalentemente da casa e con un incidenza maggiore  da parte di chi vive in ambienti familiari di livello culturale elevato e aperti nei confronti dell' innovazione.

L’uso a scuola è dunque il solo elemento che potrebbe riequilibrare le differenze. Ma lo fa poco, perché l'utilizzo di Internet (si vedano le figure appena citate) a scuola è limitato.

Passiamo adesso ai risultati prodotti da “EU Kids Online”, il progetto  finanziato dalla Commissione Europea nell’ambito del Safer Internet Plus Programme, che ha come obiettivo l’identificazione dei fattori di rischio che influenzano la sicurezza di chi naviga in rete, per fornire indicazioni utili agli enti coinvolti nella regolamentazione delle nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

Nell’articolato ed interessantissimo Rapporto EU-Kids-on-line Comparing Children’s Online Opportunities and Risks across Europe  vediamo la situazione italiana per quanto riguarda  i rischi ed opportunità che la rete offre a bambini ed adolescenti. 

Si conferma la posizione assoluta italiana in Europa,  già vista nel rapporto ISTAT: siamo nel “gruppo 3”, il meno connesso di Europa (pg. 14).

La Tab 2.2 riporta l’uso di Internet fra i giovani in diversi luoghi. La media europea vede l’uso a casa e quello a scuola sostanzialmente eguali.

In confronto con gli altri paesi l’uso scolastico di Internet in Italia è uno fra i più bassi d’Europa: circa la metà della media.  Anche quello domestico risulta  inferiore alla media.

E veniamo a rischi e opportunità. A pg. 39 la Tab.2.10 confronta  l’incidenza di rischio di situazioni pericolose per i minori su Internet a casa ed a scuola. La media europea vede un incidenza di rischio domestica più che doppia rispetto  alla scuola. Questa differenza deriva dalle misure di sicurezza adottate dalle scuole.

Si evidenzia per l’Italia una particolarità unica in Europa.  A scuola l’incidenza di rischio per un minore che usa Internet è uguale a quella che ha nell’uso domestico della rete;  negli altri paesi europei è molto più bassa o è, comunque inferiore.

Scopriamo poi (pg. 43 Tab 2.12 e pg. 44 Figura 2.5) che  la capacità degli under 18 italiani di gestire situazioni potenzialmente pericolose su Internet è elevata.

Proviamo a mettere in relazione questi elementi con quelli visti in precedenza.

I bambini/ragazzi italiani usano Internet meno dei coetanei europei. Quelli che usano Internet lo fanno prevalentemente da casa e lo fanno con disinvoltura, ma sono quelli che provengono da famiglie di fascia sociale alta.  

Sembra dunque che la scuola non c’entri con il rapporto fra Internet e le nuove generazioni.  O  che assuma un ruolo subalterno, in una posizione che pare più inseguire le nuove tecnologie che usarle.


L’Internet Safety Technical Task Force in collaborazione con il Berkman Center for Internet and Society della Harvard University  ha recentemente (Dicembre 2008) pubblicato il  rapporto “Enhancing Child Safety and Online Technologies  - Final Report of the Internet Safety Technical Task Force to the Multi-State Working Group on Social Networking of State Attorneys General of the United States”.

La domanda su cui la ricerca verte è se per i bambini e per i giovani Internet  - in particolare i social  network -  siano  diventati uno spazio per  adescamenti, molestie, bullismo ed esposizione a contenuti illegali,  più pericoloso del mondo reale .  La risposta è, sostanzialmente, negativa:  i pericoli sono gli stessi e la probabilità che si traducano in comportamenti delittuosi è sostanzialmente la medesima nel mondo virtuale e in quello reale. Il  dato più inquietante è che  i ragazzi più a rischio, o già vittime a scuola e nella società, si confermano i più esposti anche in Rete.  Sono la famiglia di provenienza e il profilo psicologico del ragazzo a determinare l’incidenza percentuale del rischi,  piuttosto che l’uso di una determinata tecnologia.   Sembra dunque che in rete si perpetrino gli stessi meccanismi che nella vita reale e che la rete tenda a “rinforzare” i meccanismi preesistenti e le relazioni sociali.  In particolare il  bullismo, la più comune violenza fra “pari” è presente in rete come nella vita reale.

Questa conclusione cui per la prima volta giunge un autorevole ricerca non va letta in modo banale e non significa che non esistano rischi o che non si debba preoccuparsene; la ricerca evidenzia i passi avanti fatti nei sistemi di protezione, invita istituzioni e individui a rinforzare ogni tipo di sforzo, ma mette in guardia rispetto alla tentazione semplicistica di un approccio esclusivamente tecnologico.

La maggior parte delle ricerche, come abbiamo visto, è dedicata ai rischi di  consumo giovanile di contenuti pornografici o violenti, o ai rischi di predazione sessuale da parte degli adulti. Ben più raramente si indagano i rischi di sfruttamento commerciale, le minacce alla privacy e i ritardi di un sistema educativo incapace di far fronte alle esigenze dei «nativi digitali».  Ognuno di questi aspetti è altrettanto importante nella scuola e non va dimenticato o messo in secondo piano.

E le opportunità?

Una considerazione: per i giovani l’accesso a Internet è banda larga, oppure non è..... Che senso ha disporre solo di un modem telefonico per scambiare  video, immagini , foto ed essere always on?

Infatti l’uso prevalente di Internet da parte degli under 18 che si sta affermando è nei socialnetwork e microblogging, in tutti i modi insomma in cui si è sempre connessi con gli altri coetanei, non tanto per dire qualcosa di specifico, quanto per il piacere (o il bisogno) di “essere in contatto”.

Don Tapscott nel saggio «Growing Up Digital», circa dieci fa anni fa sosteneva che l' impatto delle nuove tecnologie sui giovanissimi è solo positivo: i «digital natives» sono più svegli e collaborativi, inoltre nutrono più aspettative di riconoscimento e carriera rispetto alle generazioni precedenti. La sua vision è rimasta valida nel tempo?

Gli adulti considerano Internet come uno strumento per aumentare la produttività individuale, i ragazzi lo vivono come un mezzo che favorisce la socializzazione fra pari, l'auto-espressione e l' esercizio di forme di creatività e di contatto permanente con i coetanei. Forse proprio qui sta il gap generazionale....

Per riuscire a lanciare un ponte fra generazioni, occorrerebbe mettere da parte paure storiche, una visione produttivistica dell’ICT e creare un ponte, magari anche con qualche idea provocatoria. Come la  proposta lanciata Nel Regno Unito di un nuovo curriculum  per la scuola elementare,  che fa esplicito riferimento allo sviluppo di competenze nel campo dei social media: durante i cinque anni di educazione primaria gli studenti dovrebbero  diventare familiari con i podcast e il blogging, oltre a saper utilizzare Wikipedia e Twitter come fonte di informazione, essere fluenti nella scrittura al computer, nell’utilizzo di software di spelling e auto-correzione.

Rischia di emergere nel primo mondo un’altra nuova forma di digital-divide, basata su chi sa utilizzare (o meno) gli strumenti online come mezzo di espressione e cittadinanza attiva? Si, ma non si tratta di saper usare banalmente gli strumenti  tecnologici. Una cultura del terzo millennio deve comprendere una capacità di ricerca critica, di discernere l’autorevolezza delle fonti, di saper aggregare informazioni e leggere dati. Capacità che possono essere esercitate solo se si è in possesso di un bagaglio solido di nozioni linguistiche, culturali e scientifiche di base.

E’ evidente che l’accesso alla banda larga continua ad essere l’obiettivo per contrastare il  digital divide (quello tipico del dualismo fra  paesi ricchi e poveri), ma è diventato  una precondizione per non rischiare il secondo tipo di digital divide, quello di tipo sociale.

Perché tutte queste considerazioni non  si riducano  a elenco di buone intenzioni le scuole devono essere ambienti di studio, lavoro, vita quotidiana up-to-date dal punto di vista tecnologico e della cultura tecnologica. Non è una novità, lo abbiamo sempre sostenuto. Gli standard qualitativi dell’ICT scolastico italiano continuano a non essere (escludendo le situazioni felici) adeguati. La novità è che fra i nativi digitali (che sono poi i giovani) e gli  altri (insegnanti, educatori, genitori e decisori)  il gap si sta allargando.

Un invito dunque a leggere attentamente i dati dei rapporti citati ed a riflettere.

 

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